"Morti bianche"
Termine che viene ipocritamente usato per assolvere da ogni responsabilità i titolari delle imprese
A Bruxelles un uomo si aggira nei pressi della sede del Consiglio del Parlamento Europeo e distribuisce volantini ai passanti. E' una giornata tipicamente estiva, afosa. L'uomo a torso nudo indossa una salopette blu, quelle da operaio per intenderci, e un casco giallo di protezione che ricorda inevitabilmente il duro lavoro nei cantieri, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro dove troppo spesso la vita di ogni uomo continua ad essere segnata dal tragico destino della morte. "L'Italia è il paese della Comunità Europea dove avvengono più incidenti sul lavoro. In Italia muore un lavoratore ogni sette ore, il doppio che in Francia e sette volte di più che in Inghilterra. Dal 1951 ad oggi in Italia hanno perso la vita 156.730 lavoratori, 1.400.000 sono gli invalidi permanenti, cioè 71 al giorno, uno ogni 20 minuti. Sono 62 milioni gli incidenti che si contano ad oggi, 3145 ogni giorno, uno ogni 27 secondi." Questo era il testo del volantino che Francesco quel giorno di luglio distribuiva ai passanti.
Il video mandato in onda su Youtube testimonia quella mattina del 20 luglio 2008, un giorno trascorso nel tentativo di alimentare la coscienza civile. L'uomo è un bolognese di 57 anni, si chiama Francesco Martinengo e attualmente vive a Bruxelles. Gli è rimasto solo il braccio sinistro, l'altro lo ha perso a 16 anni mentre lavorava a Bologna all'interno di un'officina completamente sprovvista di qualsiasi tipo di protezione. Sono trascorsi 41 anni dall'incidente che ha segnato la vita di Francesco, ma tutto è rimasto immutato, come allora.
Tra parole di solidarietà e proclamazioni di buoni intenti le morti sul lavoro rimangono un fenomeno sociale al quale nessuno, ma proprio nessuno intende veramente porre un freno. Incidenti drammatici chiamati anche "Morti bianche", termine che viene ipocritamente usato per assolvere da ogni responsabilità i titolari delle imprese dove si consumano gli incidenti. Questa è la denuncia che Francesco tenta di far penetrare incessantemente nella coscienza della società civile, perchè i rimedi esistono, perchè le prevenzioni non sono un miraggio ma possono incidere profondamente nella consapevolezza della responsabilità collettiva.
La storia individuale di quest'uomo rappresenta quel grido di giustizia che sprigiona ancora la volontà di denunciare e lottare contro questi episodi consumati nei posti di lavoro con una frequenza così alta tanto passare spesso inosservati senza destare attenzione. Eppure di lavoro si continua a morire, oggi come ieri.
Abbiamo intervistato Francesco Martinengo perchè questa voce fuori dal coro non resti inascoltata. 
Francesco i dati dei lavoratori caduti sul posto di lavoro che lei diffonde sono impressionanti... Dal 1951 ad oggi in Italia hanno perso la vita 156.730 lavoratori, 1.400.000 sono gli invalidi permanenti, cioè 71 al giorno, uno ogni 20 minuti. Sono 62 milioni gli incidenti che si contano ad oggi, 3145 ogni giorno, uno ogni 27 secondi. Sono arrivato a queste conclusioni attraverso tutti i dati reperiti dal sito dell'INAIL (Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli incidenti sul lavoro).
Quando inizia la sua battaglia di denuncia, e soprattutto quali sono i motivi che l'hanno spinta ad essere in prima linea contro questo stato omeroso di morti bianche? Non ho mai smesso di parlare delle morti sul lavoro dal 1968, anno in cui fui vittima dell'incidente e persi il braccio. Ci vollero mesi per superare il trauma, ma non mi arresi. Cominciai praticamente da subito a denunciare queste situazioni nel tentativo di coinvolgere sindacati, magistrati, ispettori del lavoro e politici. Ma data la mia giovane età finii spesso con ricevere più attenzioni di compatimento e di commiserazione a causa della mia evidente e sfortunata condizione fisica. Tuttavia anche tempo dopo non ho mai riscontrato la reale volontà di agire con immediatezza per arginare questo fenomeno, e anche adesso non intravedo nessuna progettualità che abbia obiettivi incisivi mirati a debellare o per lo meno arginare i rischi che si corrono nei cantieri e nelle officine. Anche sul fronte politico i partiti ne parlano, ma spesso per mettere al centro della loro discussione la propaganda politica. A poco a poco però il lavoro di sensibilizzazione durato anni e svolto da più persone ha determinato un'attenzione particolare, grazie soprattutto agli attuali strumenti d'informazione come la rete web, riuscendo a catalizzare l’interesse delle persone e a diffondere una maggiore consapevolezza.Francesco Martinengo
Oggi si continua a morire, e tra l'altro non si riesce mai a identificare le vera responsabilità dei singoli episodi. Quando ciò si verifica i familiari delle vittime ricevono un assicurazione per lenire un dolore che non passerà mai. I processi si dilungano tra ricorsi e appelli e il tempo scorre prima nell'attesa di arrivare ad una conclusione definitiva. Nel caso della ThyssenKrupp la Confindustria ha parlato di sentenza esagerata contro i dirigenti dell'azienda ai quali sono stati chiesti 21 anni per omicidio volontario. Ma esiste una giustizia per le cosiddette morti bianche? Quando un lavoratore perde la vita, è morto e basta. La “Giustizia” non va oltretomba. Piange chi resta. Solo i disabili permanenti sanno veramente cosa avviene dopo, specialmente in Italia. Una volta resi incapaci a svolgere una vita normale e dignitosa, contro barriere architettoniche e psicologiche diventano parte di un percorso che porta inevitabilmente ad emarginare definitivamente lo sventurato. Un cioccolatino mensile chiamato “rendita a vita” pulisce le macchie di chi è responsabile ma smorza a malapena le difficoltà e le pene quotidiane di chi deve affrontare un destino segnato. Una volta venivano definite “morti bianche” quelle dei bambini che sopperivano durante il sonno per cause imprecisate, oggi il termine è stato trasferito a chi perde la vita lavorando, per darne una connotazione appropriata ed annullare definitvamente le reali responsabilità di chi le ha prodotte. Non si è mai assistito in Italia ad una pena esemplare per i responsabili di un incidente avvenuto sul luogo di lavoro.
La sua personale esperienza ha segnato profondamente la sua esistenza. Si è fatto un'idea su quali potrebbero essere le possibili alternative per contenere il fenomeno, e quali sono i prossimi passi che intende promuovere per sostenere questa battaglia? E' indubbio che il problema deve essere debellato in tempi brevi. Per farlo però occorrono forze collettive, imponendo per vie legali a tutte le imprese l'osservanza scrupolosa di continuative e non sporadiche ispezioni e di sistemi di sicurezza tesi a prevenire gli incidenti, e di questo è lo Stato stesso che deve farsi carico. I prossimi passi che intento intraprendere sono la fondazione di un “movimento dei lavoratori a rischio” costruita attraverso l'esperienza dei protagonisti e capace di superare e vincere il passivismo dei sindacati e quell'iter processuale che finisce spesso per favorire più gli interessi dei poteri forti piuttosto che quelle dei lavoratori. Una proposta di leggi che penalizzino pesantemente i responsabili delle aziende che non applicano le disposizioni e le normative di sicurezza, più specificatamente in quei settori più a rischio, è di fondamentale importanza, specialmente nei settori dell'industria pesante, dell'edilizia e dell'agricoltura. Un pool di legali è già disponibile a partecipare a questo progetto nel tentativo di ottenere nuovi provvedimenti di controllo che favoriscano concretamente efficaci margini di sicurezza sul posto di lavoro. Altro passo importante è il non dimenticare questi drammatici episodi. Riconquistare la dignità significa anche ricordare quale significato racchiudono le morti sul lavoro. A breve davanti il Consiglio Europeo a Bruxelles verrà eretto un monumento in onore dei caduti sul lavoro e degli invalidi permanenti. L'evento sarà inaugurato dal Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano e dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Indubbio che tale iniziativa possa sembrare una provocazione. Una volta le lapidi si ergevano nel ricordo delle vittime della guerra, ma oggi la guerra si combatte sul lavoro. La battaglia da vincere è proprio questa. Sconfiggere tutte quelle probabilità che portano a una morte sicura. Perchè morire di lavoro è un destino inaccettabile.

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